



Statuette antichissime, idoli ancestrali.
Le piccole veneri di pietra esposte fino al 30 marzo al Museo Archeologico delle Marche (Ancona, via Ferretti 6 - chiuso il lunedì) hanno qualcosa di inafferrabile e inspiegabile.
Lo stesso nome della mostra è una domanda che non trova risposta: "Donne o dee? Figure femminili nell'arte preistorica delle Marche".
La collezione è piccola, racchiusa in un'unica sala al piano terra dell'ampio e ricco museo di Palazzo Ferretti. Ma il richiamo che sprigiona è fortissimo. Sono tutte figure preistoriche femminili, rinvenute nel territorio marchigiano. Levigate nella pietra, gravide di tempo. Difficile capire se siano idoli dalla valenza sacra, o semplici modelli raffigurativi, e comunque la differenza fra le due dimensione e impossibile da cogliere.
La Venere di Frasassi è il pezzo più pregiato della collezione. Per il suo recente rinvenimento ha creato l'occasione di questa preziosa mostra. Gli archeologi la collocano nel Paleolitico Superiore, in un periodo compreso fra i 28mila e i 20mila anni fa, quando l'umanità era nomade, viveva di caccia e di spontanei frutti della terra, e dormiva in rifugi naturali.
Per stile e per proporzioni, la statuetta rientra nel novero delle "Veneri Paleolitiche". E' di ridottissime dimensioni. Alta 8,7 centimetri, peso circa 66 grammi. Eppure emana una intensità ancestrale. Il suo colore è perlaceo, sprigionato dai minerali delle stalattiti in cui è scolpita, quasi plasmata. La sua forma ovoidale, la rotondità delle sue proporzioni, il volto appena abbozzato da cui emerge il profilo degli occhi, tutto è di una morbidezza e rotondità quasi magica, sicuramente sensuale anche se deforme. Le braccia tese e racchiuse come quando si culla sono raccolte intorno ai seni prosperosi. Il ventre è grande e rotondo, carico di fertilità carnale e sopra le gambe unite la statua custodisce un geometrico, quasi astratto triangolo pelvico e al suo interno un altro triangolo, quello della vulva. In Italia statue femminili simili sono state rinvenute al nord, al centro e al sud della penisola. Soprattutto dentro grotte, come la Venere di Frasassi. In tutta Italia le "Veneri Paleolitiche" sono una decina. La storia dell'arte primitiva ci insegna che in Europa questi manufatti raggiungono l'apice della produzione nel Gravettiano, ovvero tra i 28 000 e i 20 000 anni fa. Un periodo in cui abbondano le rappresentazioni femminili, a testimoniare della centralità della donna in quelle antichissime civiltà.
Opera dall'aurea altrettanto misterica è la Venere di Tolentino. Si tratta di una figura incisa con un sottilissimo scalpello su un ciotolo di ftanite, alto circa 13 centimetri. Il disegno raffigura una donna dai tratti zoomorfi. Ha gambe, seni, e una vulva geometrica, ma il suo corpo è dominato da una testa di vacca (o comunque di animale erbivoro, bovide o equide). E' stata così chiamata perché fu rinvenuta in una cava di argilla ad est di Tolentino, nel 1883, e quindi donata al museo dal conte Aristide Silverj Gentiloni, che si rese immediatamente conto di quale straordinario reperto aveva in mano.
Il connubio tra antropomorfo e zoomorfo che caratterizza questa Venere ricorre spesso nel Paleolitico superiore iniziale, nel periodo Aurignaziano (39-34.000 - 26-21.000 anni fa circa) e nel Gravettiano (29-28.000 - 22-20.000 anni fa). Nel Paleolitico Superiore le figure ibride, composte dall'ancestrale fusione fra umano e animale arrivano anche ad essere raffigurate nell’arte paretale, oltre che nei negli oggetti mobiliari. Stregoni e sciamani dalla testa zoomorfa compaiono nelle pareti di diverse caverne, come nella Grotta dell’Addaura, in Sicilia.
La Venere di Tolentino è stata datata in un periodo compreso fra i 5000 e i 12000 anni fa, tra il pleistocene e in neolitico, quando in Europa si sviluppa l'agricoltura. Il ciottolo su cui è incisa la Venere probabilmente era un attrezzo usato come percussore, per frantumare sementi, lacerare carni o quant'altro. Entrambe le sue estremità sono infatti scheggiate, come fossero consumate dall’uso.
Chiudono l'esposizione gli idoletti di Ripabianca di Monterado, e la Venere di Fano. I primi sono un trittico di statuette trovate in un abitato. Per la loro forma e per il loro aspetto figurativo sono collocabili nel Neolitico antico, tra i 7500 e 7000 anni fa. Astratte, dalla forma cilindrica, le tre figure fittili si contraddistinguono per le forme tondeggianti dei seni.
La Statuetta di Venere invece arriva dal mercato antiquario di Fano, dove è stata ritrovata senza la possibilità di risalire alle coordinate del sito di rinvenimento. Dettaglio che non ha mai permesso di accertare l'autenticità del reperto. La sua fattura comunque è tipica del Neolitico. Alta solo 8 centimetri, la statua è slanciata, con le gambe chiuse e i seni rotondi e floridi. Il volto e la sua espressività è appena tratteggiato. Ma la ieraticità della postura di questo corpo femminile rispecchia l'accresciuto ruolo della donna nella civiltà neolitica, che oltre a essere madre era amministratrice della casa e delle sue risorse agricole, e dunque aveva un ruolo essenziale nel suo mondo.
Link:
Museo Archeologico Nazionale delle Marche
Marco Benedettelli
